Quando le vedi la prima volta, sul greto sassoso di un torrente che scende dall’altopiano, ne rimani incantato. Decine e decine di dromedari, forse qualche centinaio, camminano con il loro pesante carico di lastre di sale ondeggiando lenti all’unisono, in fila, legati tra loro, a spezzarne la continuità piccole schiere di asinelli. Loro, saggi, sono liberi, senza un conduttore, sanno bene trovare la strada da soli.
Ma quando le incontri nella Piana del Sale, stagliarsi all’orizzonte avvolte dalla luce calda del tramonto, là dove il sale concreziona velocemente tutto ciò che ha l’ardire di posarsi sul suolo, il loro incedere lento e cadenzato è quasi ipnotico; sembrano come sospesi sull’orizzonte indefinito. Se si ha fortuna le si può vedere rispecchiare in qualche effimera lama d’acqua che ristagna sulla crosta salina.
Di notte, con il sole che cede il passo ad una piacevole brezza calda, continua la loro marcia sui terreni sassosi accidentati, dalla Piana del Sale a Berhale e ritorno, avanti ed indietro, inesorabili. Sanno di qualcosa di antico, di primordiale…
A capo di una colonna di alcune decine di dromedari ci sono loro, i conduttori delle carovane, uomini esili, i visi segnati dal tempo, un panno in testa l’unica concessione al sole inclemente, le braccia appese ad un bastone appoggiato, orizzontale, dietro la nuca.
Da un drappo avvolto intorno ai fianchi, la futà, spuntano gambe affilate e sottili, i piedi induriti in sandali di gomma, per noi impensabili su terreni così irregolari e cocenti, i muscoli sottili, lunghi e asciutti come una pelle tesa su di un tamburo.
Compiono i loro passi leggeri e lenti con dignità, senza far trasparire alcun segno di fatica, anche se puoi scorrere le loro fronti perlate di sudore, nei loro sguardi nessuna traccia di preoccupazione per il domani.
Alcuni ti osservano, altri sorridono, i più, indifferenti alla nostra presenza, che importanza possiamo avere per loro?
D’altro canto vivono per la maggior parte dell’anno come dentro una bolla, il loro piccolo microcosmo, è la carovana che si sposta con loro. Portano con sé su di un dromedario le poche cose di cui hanno bisogno, il tappeto per la preghiera, le ghirbe e le taniche per l’acqua, il cibo per gli animali. Il resto è sale.
Se ti avvicini puoi sentire il piacevole suono della delicata crosta di sale che si frantuma sotto ogni passo; a volte gli uomini cantano una sorta di litanie, forse sono le loro preghiere, forse storie che si tramandano di padre in figlio.
Avrei voluto entrare un poco nel loro mondo, delicatamente, in punta di piedi.
Mi chiedo come saranno le loro vite nei mesi in cui si fermano le carovane, quali le loro paure, dove si trova la loro famiglia, quanto tempo passeranno con i figli, se hanno dei sogni.